Story Review: Into the Wild (2007)

Nel 1997 Jon Krakauer scrive “Nelle terre estreme” un romanzo sulla vita del nomade statunitense Christopher McCandless, elaborato tramite gli scritti del suo diario e i racconti delle persone che l’hanno conosciuto durante il suo viaggio verso l’Alaska. Nel 2007 l’attore, e già regista di altri tre film prima di questo, Sean Penn, dirige un film tratto da questo romanzo, dal titolo Into the wild.

Christopher McCandless, un giovane benestante che, subito dopo la laurea in scienze sociali all’Università Emory nel 1990, dona i suoi risparmi all’Oxfam e abbandona amici e famiglia per sfuggire ad una società consumista e capitalista in cui non riesce più a vivere. La sua inquietudine, in parte dovuta al pessimo rapporto con la famiglia e in parte alle letture di autori anticonformisti come Thoreau e London, lo porta a viaggiare per due anni negli Stati Uniti e nel Messico del nord, con lo pseudonimo Alexander Supertramp.

Into the wild è un gran film, e non potevo trovare un aggettivo più semplice per descriverlo. Sean Penn dimostra per l’ennesima volta il suo grande talento regalandoci un’esperienza unica. Si tratta di “un’esperienza”, e se avete visto il film sapete a cosa mi riferisco.
In breve, il regista ci regala un viaggio unico e ci fa innamorare dell’indole del protagonista, merito forse già del soggetto di Krakauer. Ma come si fa a non innamorarsene?
Into the Wild è un film che colpisce, addolcisce e fa riflettere allo stesso tempo. Non mancano ovviamente paesaggi mozzafiato e scorci fotografici ipnotizzanti. Con una colonna sonora principalmente country, dai testi strettamente legati allo svolgimento della storia. Il cast si fa sentire allo stesso modo, una Catherine Keener meravigliosa, un promettente Emile Hirsch che dimostra il talento di cui dispone, e poi un Hal Holbrook nominato all’Oscar per questa interpretazione che commuove come non mai.

In sostanza, Into the wild è un film travolgente e originale, imperdibile per le sue riflessioni esistenziali ed assolutamente interessante per gli amanti della natura. Uno dei migliori road movie degli ultimi dieci anni.
Chi di noi non ha mai pensato di lasciare tutto e partire per un lungo viaggio?

Story Review: Milk (2008)

Come molti grandi registi a Hollywood, Gus Van Sant segue quella strana prassi del regista dalle due facce, due aspetti distinguibili nella sua filmografia che parte dal 1985, non ricchissima di titoli, ma sicuramente dai molti titoli interessanti. Lui che è uno dei miei registi preferiti in assoluto, ha col tempo altalenato due dimensioni cinematografiche, quella dei personaggi antieroi, un pò trash, vittime e carnefici, arrampicatori sociali; come la Suzanne Stone di Da Morire del 1995, personaggi unici al quale nessun attore potrebbe dire no. Ci sono poi invece quei titoli di carattere più o meno commerciale che, pur mantenendo la “vena freak” che amiamo nei suoi lavori, lasciano il posto ad una storia, sorprendente come quella di Will Hunting, o toccante come quella del recente L’amore che resta, o imponente come quella di Milk.

Gus Van Sant documenta un importantissimo fatto storico, un movimento che ha cambiato letteralmente il modo di pensare di tutto il mondo; riesce così a scattare un’istantanea, di quel quartiere di Castro a San Francisco. Quello di Sean Penn è un lavoro straordinario, e si conferma, con la vittoria del suo secondo Oscar, il suo straordinario talento artistico; estremamente camaleontico Penn studia ogni movimento e comportamento di Harvey Milk, riuscendo in un sorprendente lavoro biografico. Anche se spesso il film tende a soffermarsi sull’aspetto documentaristico, se pur apprezzabili i filmati originali inseriti tra gli avvenimenti; riesce a trascinarti in quella dimensione, a farti sentire le loro storie, quelle degli uomini gay protagonisti del movimento per i loro diritti, ed a farti riflettere, e questo non è poco, anzi è tutto!

Ed è il punto forte della filmografia di Gus Van Sant, i suoi film ti pongono una riflessione, qualunque sua storia viene raccontata, con una straordinaria regia come quella di Milk; facendoti amare ogni suo personaggio. Quando poi un regista riesce nel suo intento, quello di arrivare allo spettatore, a imporgli un messaggio, a imporgli di riflettere, allora ha vinto su tutte le linee.

Nomination agli Oscar 2009
Miglior attore protagonista a Sean Penn (Vinto)
Migliore sceneggiatura originale a Dustin Lance Black (Vinto)
Miglior film a Dan Jinks e Bruce Cohen
Migliore regia a Gus Van Sant
Miglior attore non protagonista a Josh Brolin
Migliori costumi a Danny Glicker
Miglior montaggio a Elliot Graham
Miglior colonna sonora a Danny Elfman

In film ha ottenuto un totale di 60 nomination, e 41 vittorie. Degna di nota la vittoria di Sean Penn agli Screen Actors Guild prima degli Oscar, ma mancata ai Golden Globe.