Review: Albert Nobbs (2011)

Ne abbiamo già parlato in più occasioni, anche se brevemente, di Albert Nobbs, abbiamo detto che Glenn Close, protagonista del film, aveva già interpretato a teatro questa storia più di 30 anni fa, e che da quel tempo ha inseguito il sogno di portare al Cinema questa storia, cercando di regista in regista, di produttore in produttore, qualcuno disposto a lanciarsi; e lei stessa si mette in gioco come co-sceneggiatrice, produttrice ed interprete.

Pensando alla trama di Albert Nobbs si potrebbe subito rimuginare su un processo psicologico molto complicato, e magari pesante per uno spettatore casuale: una donna irlandese del XIX secolo, si traveste da uomo, ormai da tempo immemore, per lavorare come cameriere di un albergo, e risparmiare per una vita felice e magari smettere di fingersi uomo, ma cambierà tutto quando incontrerà un’altra donna che si traveste come lei e che insemina in lei il dubbio che forse è quello il suo vero modo di essere e non esiste alcuna libertà all’infuori del suo travestimento. Ed è sempre quella donna che mette in lei un’idea, quella di potersi sistemare e vivere da uomo, accanto ad una donna che l’ama. Albert ha un sogno ed è tutto ciò che gli importa, inseguirlo e sognare, ed è quello che vuole insegnarci la storia di Albert Nobbs, tutto quello che ci resta è sognare, vivere un’intera vita, nella felicità dell’attesa e dei progetti per un futuro di felicità, ed è quella stessa la vera gioia.

Ma, accade il rovescio della medaglia, da un lato una storia semplice aldilà delle aspettativa, semplice da raccontare e facile da recepire per chiunque, personaggi non troppo complicati, anzi praticamente abbozzati, ed è qui invece il limite di Albert Nobbs, se Glenn Close regge perfettamente il ruolo del quale non viene presentato alcun particolare sviluppo psicologico, grazie al suo straordinario talento comunica in ogni modo, dal cambio di uno sguardo, al modo di camminare; al contrario il resto del cast rimane da condimento a tutta la sua performance. I secondi interpreti per importanza, Aaron Johnson e Mia Wasikowska, reggono forse poco i ruoli, specialmente il primo, la Wasikowska resta comunque una buona interprete, adesso nel suo periodo d’oro a livello di ingaggi, ma forse avrebbero dovuto optare per un’altra coppia, chissà.

E’ ovvio che la sceneggiatura è stata di proposito stesa in modo vago e, se vogliamo dirlo con una vena più positiva, “misterioso”, ma che a conti fatti influisce con determinazione sul giudizio finale del film. Una performance straordinaria quella di Glenn Close, uscita nell’anno sbagliato, troppe grandi interpretazioni quest’anno le ruberanno per la sesta volta la statuetta, ma di sicuro non è mai stato uno dei suoi obiettivi, lei sarà di sicuro felice di aver portato nelle sale di tutto il mondo una storia alla quale era estremamente legata, come ormai fanno molti attori hollywoodiani di questi tempi. Un’interpretazione da Oscar, purtroppo sbaragliata dalla concorrenza in questa stagione, possiamo però solo ringraziare Glenn Close per averci raccontato, tramite la regia al quanto funzionale di Rodrigo Garcia (figlio d’arte), una storia originale e sopra le righe, di un personaggio che non avete mai incontrato. Un film per tutti ed una storia per tutti al di fuori delle apparenze.

voto: 7

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