Story Review: I figli degli uomini (2006)

Siamo in Inghilterra, nel 2027 in un mondo che solo per un attimo possiamo intravedere nella sigla di un telegiornale che ci mostra guerra, morte e violenza. L’Inghilterra non è cambiata molto, gli edifici sono gli stessi, molto simili le vetture e i classici bus rossi a 2 piani continuano a circolare con una patina di sporco sulle carrozzerie, il paese di diverso ha lo sporco, il grigio, una regione invecchiata, maltrattata, morta. Un’Inghilterra di delinquenza, povertà, repressioni e violenza, immigrati cacciati come terroristi e trattati in modo inumano, chiusi in gabbie e torturati, [immagini che mi ricordano i comportamenti di alcuni soldati americani in Iraq oggi]. Boschi rigogliosi ma bestiame morto e bruciato nei campi ai lati delle strade, come se non bastasse, per cause sconosciute l’infertilità affligge le donne, l’uomo più giovane aveva 18 anni, ed è stato ucciso.
Durante il film possiamo dare una sbirciata anche nelle case dei ricchi, in questo caso è un piacere riconoscere la vecchia centrale elettrica londinese, la ‘’Battersea Power Station’’ rimessa a nuovo ma subito riconoscibile dalle alte ciminiere con tanto di maiale che vola fra esse, chiarissimo riferimento alla copertina ‘’animals’’ dei Pink Floyd, il proprietario ha il David di Michelangelo all’ingresso e il Guernica di Picasso in sala da pranzo, purtroppo (ci dice), non è riuscito a salvare la pietà (sottile riferimento?).
Nel frattempo una giovane immigrata di colore è incinta e non vuole lasciare il bambino in questo paese, che se lo scoprisse glielo toglierebbe, c’è una rete clandestina che la protegge(?) e che apparentemente mira a portarla via dall’Inghilterra verso un posto migliore, dove non c’è guerra e i bambini possono crescere tranquilli, il luogo si chiama progetto umano.
Un film che ricostruisce un futuro che sentiamo vicino e che in fondo non è molto diverso da quello verso cui sembriamo incamminarci, abbastanza credibile per averne timore. Tutto il film è una fuga da qualche conflitto, molte sono le immagini sovrapponibili alle normali scene di guerra che possiamo vedere nei telegiornali ai giorni nostri, la speranza è morta, è una corsa contro il tempo e contro la morte. 114 minuti in cui dobbiamo seriamente riflettere sulle sorti del nostro pianeta e su quello che potrebbe aspettarci. Alla fine del film una domanda mi viene in mente, è la fuga la risposta? Forse si in quel caso, ma noi siamo ancora in tempo per evitare di esser costretti a fuggire.
Tanta gioia sentire le risate dei bimbi durante i titoli di coda, forse ancora non tutto è perduto.

Story Review: Animal Kingdom (2010)

C’è una costante, un elemento stilistico, che si può riscontrare in molte arti quali la Musica, la Pittura ed il Cinema: il contrasto. In Animal Kingdom, il regista David Michôd, riesce ad esprimere con grande cura e delicatezza, la torbida storia della famiglia Cody, evidenziando con maestria i contrasti da situazioni estremamente drammatiche e la vuotezza dello stato d’animo di colui che le vive, il tutto viene espresso da una splendida colonna sonora ed un abile gioco di regia.

Le vicende del film sono collegate ad un fatto realmente accaduto. Joshua va a vivere dalla nonna, alla morte di sua madre, insieme ai suoi tre zii. Tra la famiglia Cody e la polizia và avanti una disputa ormai da tempo, Nathan Leckie cerca di incastrare i tre ormai da tempo, e loro cercano di sfuggire dalle accuse sulle loro numerose malefatte, dallo spaccio di droga alle conseguenti rapine. Da qui il riferimento al regno animale, la famiglia Cody, così come la famiglia di leoni ritratta nell’immagine con cui si apre il film, è un branco che lotta per la sua sopravvivenza e la supremazia, e Janine, la nonna, interpretata da una straordinaria Jackie Weaver, matriarca e vero capobranco agisce al disopra del figlio, capofamiglia, Andrew, anche lui interpretato da un fantastico Ben Mendelsohn.

David Michôd firma anche la sceneggiatura del film, fluida ed estremamente realista, non vuole romanzare una storia del genere, il suo unico obiettivo è inquadrare l’animo di ogni personaggio nella sua istintività. Su tutto il cast Jackie Weaver risalta, rende alla perfezione il personaggio, si trasforma in un inquietante figura, perfetta in ogni sua espressione e movimento, non per nulla nominata all’Oscar proprio in quell’anno. La regia riesce a dirigere a pieno ogni attore ed a  catturare i silenzi e i contrasti, in scene come una delle tante retate della polizia, una colonna sonora delicata e pulita, i volti catturati in vicinanza per cogliere ogni emozione dell’attore, l’atmosfera torbida, cupa e a volte anche claustrofobica della vita dei Cody.

Animal Kingdom è un film semplice ma efficace, pieno di stile, dal cast assolutamente azzeccato. Il paragone tra David Michôd e Scorsese fatto da molti critici, calza a pennello, il regista in questione però ha di più un realismo senza fronzoli, forse più sincero, ed uno stile sicuramente più dark. L’ovvio messaggio della sceneggiatura, e del titolo del film quindi, è semplicemente l’interrogativo tra la società umana e quella animale, non siamo tanto diversi poi, o forse peggiori.

Story Review: I ragazzi stanno bene (2010)


Con I ragazzi stanno bene, Lisa Cholodenko, autrice della sceneggiatura insieme a Stuart Blumberg e allo stesso tempo regista del film, tesse con abilità l’elegante trama che percorre le vite di due donne, Julies e Nic, e dei loro due figli, Joni e Laser, avuti tramite inseminazione artificiale, da parte del donatore, Paul, che incontreranno per la prima volta, sia le due madri che i loro figli, dopo vent’anni, e questo avvenimento sarà una turbolente scossa per la loro vita.

Uno splendido cast, primeggiante su tutti Annette Bening nominata all’Oscar per questa interpretazione, riesce a esprimere con grande coralità i numerosi concetti estesi dagli sceneggiatori, che realizzano una commedia dal carattere estremamente profondo, che come nei migliori casi, riesce ad alternare momenti riflessivi a momenti più frivoli. Non viene mai seguito il concetto di inculcare la normalità di una famiglia come quella di Julies e Nic, ma Cholodenko invita a vedere oltre e recepire il concetto di dualità e di amore, l’amore che è uguale in ogni sua forma. Le protagonista affrontano normali problemi psicologici, di convivenza, di qualsiasi altra coppia dell’epoca contemporanea, ma ci regalano delle grandi massime, e le straordinarie Julianne Moore e Annette Bening, due magnetiche interpretazioni, per due personaggi sopra le righe considerati nella loro individualità!

Una regia dal gusto estremamente indie, quello che è poi il suddetto film, riesce comunque ad essere delicata ma vivace nei momenti esatti. Di contorno un forse poco convincente Mark Ruffalo, per quanto possa essere semplice il suo personaggio, nominato misteriosamente all’Oscar. Ma nulla da discutere sulle altre nomination, fantastica sceneggiatura, anch’essa nominata al premio; che andrebbe pubblicata e riletta come un buon romanzo moderno, impossibile non pendere dalle labbra di Julies e non seguire con divertimento i dialoghi di Nic. Riescono nel loro lavoro, anche gli esordienti, se pure ultimamente super richiesti, Mia Wasikowska (Joni) e Josh Hutcherson (Laser), senza niente di più, forse Mia più convincente dell’altro, ma sicuramente entrati nel ruolo rendono giustizia ai personaggi.

Il film termina con uno splendido finale, una ricostruzione di un rapporto deteriorato, quello di Julies e Nic,  che con l’arrivo nella loro vita, di Paul, ha sfiorato la rottura; una nuova vita per Joni, e dei nuovi propositi per Laser. Una commedia che riesce ad emozionare, e soprattutto non segue gli stampi mainstream delle odierne commedie di massa. I ragazzi stanno bene è un film sull’amore; materno, coniugale, fraterno; sui passi falsi che a volte si prendono in tale percorso, sulla lotta, a volte, per la felicità; ed è il filo conduttore in fin dei conti di questa straordinaria sceneggiatura, la ricerca della felicità, ciò che inseguono i cinque protagonisti del film, e non è che sia qualcosa di mai visto in un film, anzi, la differenza sta nei personaggi che stavolta la inseguono e nel modo in cui viene espressa questa esigenza; e I ragazzi stanno bene lo fa in un modo che non avete ancora visto, e che non potete perdere.

Story Review: 127 ore (2010)

Con estrema cura e destrezza Danny Boyle nel 2010 porta sullo schermo un ritratto biografico dedicato ad un uomo realmente esistito, Aron Ralston, che nel 2003 rimane intrappolato nelle montagne dello Utah. Il regista di Trainspotting e The Millionaire, ci regala l’ennesima perla.

Con grande dinamismo riesce a catturare la continua corsa quale è la vita di Aron, interpretato da un talentuoso James Franco, nominato all’Oscar per la sua interpretazione, insieme alle altre 6 nomination che il film ha ricevuto, fra cui quella come miglior film. Se da un certo punto di vista viene illustrata la vita di questo “avventuriero”, da un altro punto Boyle scruta il confine della solitudine, della ricerca di sé stessi, nella continua insoddisfazione, ma quando ci si ritrova a dover lottare per la propria vita ogni cosa in passato non apprezzata, ogni superficiale capriccio ed ogni momento non apprezzato, viene considerato estremamente futile rispetto a tutto ciò; il rimpianto poi è tutto ciò che resta ad Aron.

L’alternanza di una fotografia a volte sterile, a volte sgargiante e colorata, e spesso sfuggente come l’animo di Ralston, aiuta il coinvolgimento nella sua vicenda; straordinario il modo in cui viene espressa la fantasia del protagonista, mettendo una pausa ai momenti di vera tensione, con l’irresistibile comicità, a volte cinica, che contraddistingue il Cinema di Boyle; ed è con cinismo e riflessione che Franco e Boyle ci raccontano questo personaggio, che in qualche modo rappresenta tutti noi; lui pensa come penserebbe una persona qualsiasi e agisce allo stesso modo. Ma dove sta la novità il un film “survivor” del genere? La differenza cade nella grande raffinatezza e nella toccante riflessione del dramma di Ralston. Con 127 ore non vedete la storia di un uomo con un braccio bloccato sotto una roccia, ma un esame di un uomo, sull’individualità, sulla voglia di vivere e di amare, e quindi sul cuore di uomo; e quest’ultimo elemento è sempre presente nel Cinema, che senza di esso non sarebbe più così significativo.

Story Review: Hero (2002)

Siamo in Cina quando ancora la Cina non esisteva, il territorio era suddiviso in 7 regni in guerra tra loro, ma il sovrano di Qin combatte inseguendo un sogno, unire i regni per portare la pace.
Ma la pace si sa’ è sempre stata portata dall’uomo con la guerra, e questa guerra sanguinaria e spietata ha scatenato l’ira di 3 dei guerrieri più forti, che più volte attentarono da soli contro un’esercito alla vita del re. Eroi? Il film in apertura ci suggerisce che gli eroi, in una guerra sono da entrambi i lati, e per capirlo meglio il regista Zhang Yimou ci fa viaggiare tra le fitte trame della stessa storia raccontata dai personaggi in maniera differente, chi perché prova ad indovinare i fatti, chi perché mira a nascondere la verità che solo alla fine verrà fuori.
Il regista ci narra la storia grazie a dei flashback che illustrano i racconti dei protagonisti.
Già particolare il modo in cui si svolge il film, a renderlo unico ci pensa il lato acustico e figurativo, un virtuosismo cromatico ci accompagna per tutto il film scandendolo e quasi suddividendolo in sottocapitoli grazie ai colori dominanti che in alcuni tratti rendono il film quasi monocromo, scenari fantastici a volte surreali, una smisurata cura è stata messa nei dettagli, memorabile il duello sotto la pioggia segnato dal rumore delle gocce di pioggia che cadono sul pavimento di pietra, il tintinnare del metallo delle armi, i tonfi dei calci e dei pugni e da una musica che scandisce i tempi di una danza che porterà alla morte di uno dei due combattenti.
Un film in cui perdersi tra le colonne del tempio del sovrano, tra i rotoli di pergamena o tra le sete leggere di palazzo che sembrano muoversi come la superficie di un lago calmo increspato dal volo radente di qualche uccello. Inebriarsi con le coreografie di combattimenti che somigliano tanto a delle danze in cui anche gli elementi dello sfondo sembrano danzare, come le foglie gialle o rosse che seguono con un turbinio il volo del combattente o la massa nera di frecce che viene scacciata con un colpo di spada.
Un film che narra di 2000 anni fa’ eppur attualissimo nel riassumere un sogno in una frase che rimane impressa nella mente e scritta sulla sabbia ‘’ sotto un unico cielo’’.

Story Review: La promessa dell’assassino (2007)

Siamo a Londra, una Londra fredda, grigia e piovosa, ma non abbastanza per uno dei boss della mafia russa che continua a provare nostalgia per il suo paese in cui non può (o non vuole) tornare, crede che sia il clima a spingere le persone a fare cose strane, come l’omicidio commissionato da suo figlio, esaltato dal potere, intimorito da suo padre ma allo stesso tempo troppo indisciplinato; fortunatamente è sempre accompagnato da Nickolai il suo autista che pensa a sistemare molti dei guai che combina. Ed è proprio grazie a Nickolai che riusciamo a capire in che ambiente siamo stati catapultati, la sua eleganza, compostezza, una grazia che accompagna la sua freddezza e che a volte si tramuta in cinismo fanno da contrasto al carattere impulsivo, arrogante e stupido di Kirill figlio di Semyon, il boss dai profondi occhi azzurri e uno sguardo da padre buono e comprensivo, che ci induce con il suo cordiale benvenuto a fidarci di lui alla sua prima apparizione, in questo modo Cronenberg ci mostrerà quanto possano essere falsi gli uomini e quanto siano bravi a mentire, ci fa scivolare in uno scenario privo di morale in cui le ragazze vengono portate dalla russia con false promesse, violentate e poi drogate per ‘’domarle’’ o con quale leggerezza si sgozza un uomo o peggio, uccide un bambino.

E’ così che mentre il film continua a scorrere, iniziano a definirsi le vere identità dei personaggi che sembrano invertirsi, tra fedeltà e inganni, in un mondo in cui la tua importanza è tatuata sul tuo corpo, manifesto delle tue esperienze e del tuo passato scopriamo che anche l’atto più onorevole può celare un tradimento. Questo ci porta ad una delle scene più memorabili del film e forse del cinema in generale, la violenta lotta di Nickolai (Viggo Mortensen) completamente nudo in una candida sauna avvolta nel bianco vapore contro due energumeni pesantemente vestiti di nero, i profondi tagli dei coltelli fanno colare del sangue scuro e denso perfettamente in contrasto con le candide maioliche della sauna, forse inutile l’ovvio elogio che si deve fare alla fotografia e alla scenografia di tutto il film, scene che facilmente ti si imprimono nella memoria.

In conclusione un thriller eccelso, accurato sotto ogni aspetto ma che ha una fine che sembra promettere qualcosa, le interviste degli anni dopo facevano presupporre con certezza che ci sarebbe stato un sequel, ma son passati già molti anni e non ve n’è traccia. Dopo la promessa dell’assassino aspettiamo che anche l’autore mantenga la sua.

Story Review: Il cigno nero (2010)

Ci sono registi che dividono, come si suol dire, dividono la critica, dividono il pubblico; spesso non ci riesce ad essere d’accordo sui loro lavori ed ad avere un’opinione comune, questi registi riescono a creare qualcosa di difficile, che fa breccia nella mente degli spettatori. Adesso parliamo di Darren Aronofsky, e ve ne parla uno che lo ama alla follia da sempre, dal suo primo tentativo di muoversi nella vorace Hollywood con π – Il teorema del delirio, ottimo primo film presagio di ciò che sarà la sua filmografia, e poi lo splendido Requiem for a Dream, capolavoro assoluto, il male accolto The Fountain, che voi direte disastroso, ma non compreso in realtà, e ci sarebbe tanto da discutere, come sia rimasto al quanto stupito che un film ad alto tasso psicologico quale è Black Swan, sia invece stato accolto a braccia aperte, ed il motivo è forse per la sua più facile raggiungibilità rispetto a L’albero della vita, ed ha avuto la strada aperta dal successo dello splendido anche lui, The Wrestler. Esplorata la breve filmografia di Darren, possiamo partire dal presupposto che l’indole principale dei suoi film è la psicologia, la mutazione mentale e l’oblio; temi assolutamente ricorrenti se non in The Wrestler dove si intensificano di più le tragiche emozioni del protagonista.

Il cigno nero non è, come tutti quelli che vanno a vederlo si aspettano, un film sul balletto; è uno straordinario processo, una metamorfosi kafkiana resa con assoluta maestria e talento da questo straordinario regista; ma non solo, gli sceneggiatori correlano molti temi paralleli, quelli che forse tutti si aspetterebbero di più in un film del genere sulla danza, vale a dire la madre che vive attraverso la figlia la carriera mai avuta, e ancora, la prima ballerina ormai messa da parte perché invecchiata, e poi, le colleghe arriviste; tutto però non doveva sconvolgere l’opera di Aronofsky che limita tutto ciò al contorno, tutto viene appena accennato, per non perdere la messa a fuoco, sull’oblio di Nina.

Sul film in questione si è tanto parlato alla sua uscita, ed ha riscosso numerosi riconoscimenti, il film non è l’immensa pellicola sulla danza classica che potrebbe essere recepita da un casuale trailer, poster e quant’altro; è un film semplice e lineare. Ovviamente è retto dall’interpretazione di Natalie Portman, premiata per il ruolo con un Oscar; il ruolo di Nina è da un lato semplice da rendere per un’attrice, che deve essere semplicemente una ragazza isterica, sull’orlo di una crisi di nervi, schiacciata dalle pressioni; ma dall’altro un’attrice deve reggere e viene sorretta da la straordinaria messa in scena del regista, che materializza un personaggio onirico; Natalie Portman ha interpretato la fragile ballerina Nina, ha interpretato però anche il cigno bianco e si è poi trasformata nel cigno nero, passando in un’aspirale abbagliante di spettri, ossessioni, paure e manie.

Black Swan è un film di valenti interpretazioni, ma soprattutto dalla splendida regia; che correla una poliedrica scelta fotografica, che spazia e cattura al meglio l’oscurità del palcoscenico, così come quella della camera di Nina, oscurità presente pure nel suo animo. Stupefacenti tutte le realizzazioni degli incubi ad ogni aperti della protagonista, dall’esasperazione delle sue azioni autolesioniste alla sua trasformazione inquietante in cigno nero, un mix realmente enigmatico e allucinante. Un grandioso talento hollywoodiano come Aronofsky, che oggi ha all’attivo poche opere, ha da riservarci tante sorprese nel suo futuro, e lo sappiamo dal suo passato colmo di scelte azzardate ed originali, tutte caratterizzate da quella vena viscerale e ossessiva che lo contraddistingue. Black Swan è un film imperdibile, non adatto agli amanti del balletto, ma più che altro agli aspiranti freudiani, amanti delle ossessioni.

Story Review: Zabriskie point (1970)

Un film di Antonioni che ci porta agli anni 70′  gli anni della guerra in vietnam e delle proteste universitarie, delle prime occupazioni e manifestazioni, ed è proprio da una di queste che ha inizio il film: una riunione si evolve, degenera in un’occupazione violenta e costringe Mark (il protagonista) a scappare.
Fugge verso quell’immenso spazio silenzioso e tranquillo che è il deserto americano, esattamente  al punto di Zabriskie  una parte della Death Valley in california.
Lungo il percorso incontra Daria, qui si ritrovano, si incontrano, si scontrano e si amano due realtà diverse. Certezze, insicurezze e modi di confrontarsi con realtà differenti eppure capaci di coesistere e dialogare, un dialogo che ormai sembra scomparso ai giorni nostri.
E’ un film d’altri tempi ancora intriso dell’ingenuità di una generazione che stava da poco riscoprendo il valore della libertà e dell’indipendenza, una storia semplice ma che racchiude in pieno l’atmosfera di quegli anni, una semplicità che va’ a bracceto con un raffinato lavoro di  fotografia, un’ottima scenografia portata all’esaltazione da una colonna sonora eccelsa firmata tra gli altri Pink Floyd, Grateful Dead e Rolling Stones.
Come a voler ribadire anche tecnicamente le differenze, già nei protagonisti e nell’atmosfera che l’unicità comprende le diversità: ‘’ Ci sono migliaia di aspetti di ogni cosa: non solo buoni e cattivi.’’

Story Review: Into the Wild (2007)

Nel 1997 Jon Krakauer scrive “Nelle terre estreme” un romanzo sulla vita del nomade statunitense Christopher McCandless, elaborato tramite gli scritti del suo diario e i racconti delle persone che l’hanno conosciuto durante il suo viaggio verso l’Alaska. Nel 2007 l’attore, e già regista di altri tre film prima di questo, Sean Penn, dirige un film tratto da questo romanzo, dal titolo Into the wild.

Christopher McCandless, un giovane benestante che, subito dopo la laurea in scienze sociali all’Università Emory nel 1990, dona i suoi risparmi all’Oxfam e abbandona amici e famiglia per sfuggire ad una società consumista e capitalista in cui non riesce più a vivere. La sua inquietudine, in parte dovuta al pessimo rapporto con la famiglia e in parte alle letture di autori anticonformisti come Thoreau e London, lo porta a viaggiare per due anni negli Stati Uniti e nel Messico del nord, con lo pseudonimo Alexander Supertramp.

Into the wild è un gran film, e non potevo trovare un aggettivo più semplice per descriverlo. Sean Penn dimostra per l’ennesima volta il suo grande talento regalandoci un’esperienza unica. Si tratta di “un’esperienza”, e se avete visto il film sapete a cosa mi riferisco.
In breve, il regista ci regala un viaggio unico e ci fa innamorare dell’indole del protagonista, merito forse già del soggetto di Krakauer. Ma come si fa a non innamorarsene?
Into the Wild è un film che colpisce, addolcisce e fa riflettere allo stesso tempo. Non mancano ovviamente paesaggi mozzafiato e scorci fotografici ipnotizzanti. Con una colonna sonora principalmente country, dai testi strettamente legati allo svolgimento della storia. Il cast si fa sentire allo stesso modo, una Catherine Keener meravigliosa, un promettente Emile Hirsch che dimostra il talento di cui dispone, e poi un Hal Holbrook nominato all’Oscar per questa interpretazione che commuove come non mai.

In sostanza, Into the wild è un film travolgente e originale, imperdibile per le sue riflessioni esistenziali ed assolutamente interessante per gli amanti della natura. Uno dei migliori road movie degli ultimi dieci anni.
Chi di noi non ha mai pensato di lasciare tutto e partire per un lungo viaggio?

Story Review: Il pasto nudo (1991)

Un film di David Cronenberg, liberamente ispirato al ‘’Pasto nudo’’ romanzo dello scrittore William S. Burroughs racconta di William Lee uno sterminatore (di scarafaggi) e agente sottocopertura ignaro di esserlo è sposato con una tossicomane che ruba la sua polvere gialla usata come insetticida, per iniettarsela in vena come fosse eroina. Così ha inizio il viaggio allucinato e allucinante di uno scrittore americano che sotto effetto di svariate droghe scrive uno dei suoi migliori libri. È un viaggio nello stato alterato di coscienza in cui non riusciamo più a distinguere la realtà dalle allucinazioni, un folle viaggio che passando tra omosessualità, macchine da scrivere mutanti e insetti giganti che parlano o vengono usati come droga, racconta quanto possa essere pericoloso fare lo scrittore.

Accompagnati dalle musiche di Howard Shore e da dei meravigliosi pezzi jazz del trio di Ornette Colemanche scivoliamo perfettamente in questo mondo assurdo, la cosa migliore da fare nel guardare questo film per gustarselo a fondo è il lasciarsi andare, non opporre resistenza alla sua logica e farsi prendere e trasportare in questo turbinio di visioni e sensazioni che ti trascinano via per 115 min e ti scaraventano nel delirio fantastico ed inquietante di un altro uomo.

 

Story Review: Milk (2008)

Come molti grandi registi a Hollywood, Gus Van Sant segue quella strana prassi del regista dalle due facce, due aspetti distinguibili nella sua filmografia che parte dal 1985, non ricchissima di titoli, ma sicuramente dai molti titoli interessanti. Lui che è uno dei miei registi preferiti in assoluto, ha col tempo altalenato due dimensioni cinematografiche, quella dei personaggi antieroi, un pò trash, vittime e carnefici, arrampicatori sociali; come la Suzanne Stone di Da Morire del 1995, personaggi unici al quale nessun attore potrebbe dire no. Ci sono poi invece quei titoli di carattere più o meno commerciale che, pur mantenendo la “vena freak” che amiamo nei suoi lavori, lasciano il posto ad una storia, sorprendente come quella di Will Hunting, o toccante come quella del recente L’amore che resta, o imponente come quella di Milk.

Gus Van Sant documenta un importantissimo fatto storico, un movimento che ha cambiato letteralmente il modo di pensare di tutto il mondo; riesce così a scattare un’istantanea, di quel quartiere di Castro a San Francisco. Quello di Sean Penn è un lavoro straordinario, e si conferma, con la vittoria del suo secondo Oscar, il suo straordinario talento artistico; estremamente camaleontico Penn studia ogni movimento e comportamento di Harvey Milk, riuscendo in un sorprendente lavoro biografico. Anche se spesso il film tende a soffermarsi sull’aspetto documentaristico, se pur apprezzabili i filmati originali inseriti tra gli avvenimenti; riesce a trascinarti in quella dimensione, a farti sentire le loro storie, quelle degli uomini gay protagonisti del movimento per i loro diritti, ed a farti riflettere, e questo non è poco, anzi è tutto!

Ed è il punto forte della filmografia di Gus Van Sant, i suoi film ti pongono una riflessione, qualunque sua storia viene raccontata, con una straordinaria regia come quella di Milk; facendoti amare ogni suo personaggio. Quando poi un regista riesce nel suo intento, quello di arrivare allo spettatore, a imporgli un messaggio, a imporgli di riflettere, allora ha vinto su tutte le linee.

Nomination agli Oscar 2009
Miglior attore protagonista a Sean Penn (Vinto)
Migliore sceneggiatura originale a Dustin Lance Black (Vinto)
Miglior film a Dan Jinks e Bruce Cohen
Migliore regia a Gus Van Sant
Miglior attore non protagonista a Josh Brolin
Migliori costumi a Danny Glicker
Miglior montaggio a Elliot Graham
Miglior colonna sonora a Danny Elfman

In film ha ottenuto un totale di 60 nomination, e 41 vittorie. Degna di nota la vittoria di Sean Penn agli Screen Actors Guild prima degli Oscar, ma mancata ai Golden Globe.

Story Review: Rabbit Hole (2010)

Rabbit Hole è tratto dall’omonima pièce teatrale del drammaturgo David Lindsay-Abaire, con la quale ha vinto il Premio Pulitzer nel 2007, vincitrice di vari Tony Awards tra cui quello per miglior attrice protagonista a Cynthia Nixon (“Sex and the city”). Lui stesso si è occupato della sceneggiatura del film. La regia è stata affidata all’emergente regista John Cameron Mitchell (regista di “Shortbus” e “Hedwig”), inizialmente si rumoreggiava che la regia fosse affidata a Sam Raimi, che avrebbe poi dovuto rinunciare a causa delle riprese del suo Spider-man. Il film è il primo prodotto dalla Blossom Films, casa produttrice di Nicole Kidman con un budget di 10 milioni di dollari. Per la sua partecipazione al film (nel ruolo della protagonista) Nicole Kidman a causa dei giorni di riprese inconciliabili, ha dovuto rinunciare alla partecipazione al film di Woody Allen “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” (You Will Meet a Tall Dark Stranger). Il Film ha parteciparo fuori concorso al Toronto International Film Festival 2010, ed ha fatto parte della Selezione Ufficiale del Festival del Cinema di Roma 2010. Inoltre la Kidman è stata nominata come miglior attrice ai Golden Globe ed agli Oscar.

Una coppia newyorkese perde il figlio di 4 anni in un incidente stradale. La madre del bambino Rebecca (che viene chiamata “Becca”) cercherà di superare il trauma con l’aiuto della madre e della sorella, mentre il marito Howie rimarrà chiuso nel suo dolore non riuscendo a comunicare più con gli altri. A peggiorare la situazione però arriva il ragazzo di 17 che ha provocato l’incidente, Jason, che vuole a tutti i costi incontrare la coppia per chiedere perdono e per spiegare come sono andate davvero le cose, Becca stringerà un’improbabile amicizia con il ragazzo. Jason, ha scritto un libro di carattere comico-fantascientifico sui buchi nello spazio, chiamato “Tane di conigli” (Rabbit holes), nel libro in ogni tana esiste una vita parallela, felice e serena, dove si può dimenticare il dolore e la tristezza, ed è in una di queste tane che Becca spera di trovare la vita che ha ormai perduto.

Nicole Kidman interpreta il personaggio principale, la madre del bambino, Becca Corbett, una donna eccentrica dallo strano senso dell’umorismo che insieme ad altri personaggi dona delle tinte di humor al dramma. Aaron Eckhart (il “Due facce” de “Il cavaliere oscuro” di Christopher Nolan) interpreta Howie Corbett, marito di Becca. Dianne Wiest intepreta la madre di Becca, che soffre di alcuni problemi legati all’acolismo. Sandra Oh (la Christina Yang di “Grey’s anatomy”) intepreta un’amica di Howie; mentre Tammy Blanchard è la sorella di Becca, in stato di gravidanza e soggetta a sbalzi d’umore. Il bambino perso dai coniugi Corbett, Danny, è interpretato dal piccolo Phoenix List; mentre Jason il ragazzo che causa l’incidente è Miles Teller. Inoltre figurano Jon Tenney nel ruolo di Rick e Giancarlo Esposito nel ruolo di Auggie.

Si nota da subito che il film deriva da una rappresentazione teatrale, ed il lavoro dello sceneggiatore è stato davvero ottimo, è riuscito a sintetizzare il tutto ed ha mostrato quello che sono i protagonisti della storia, nella loro indole nel loro carattere in quel poco tempo a disposizione. Sì, perchè prima di tutto Rabbit Hole è un film piccolo, intimistico, minimalista e chi ha visto i precedenti lavori di Mitchell rimane stupito, quasi da non riconoscere il suo stile, colorato, a volte chiassoso. Pur essendo piccolo però, come ovvio, il film è grande, nasconde questa seconda faccia che lo spettatore deve scoprire, così come il personaggio di Rebecca. Nicole ha sempre avuto dei ruoli in cui i personaggi hanno un doppio aspetto, basta pensare alla Grace di The Others, alla Susan Stone di Da morire, o alla Margot di Il matrimonio di mia sorella. Resta il fatto però che questo personaggio è del tutto nuovo, e le sfumature espressive, i passaggi d’umore e le esternazioni che lei riesce a realizzare, sono davvero stupefacenti, non posso più meravigliarmi dei giudizi della critica, questa Nicole Kidman che abbandona l’immagine glamourus, rimane a nudo davanti la macchina da presa e l’unica cosa che vediamo di lei è il dolore.

Sicuramente viene subito da pensare che il tema del lutto per un figlio scomparso sia qualcosa di già visto, ma il film in questione è del tutto originale, se pur riadattato da la piece di Lidsay-Abaire, elabora l’argomento in un modo del tutto nuovo, senza strappare le lacrime dagli occhi dello spettatore, con quel pò di freddezza che serve, con quel giusto cinismo, con quella verità, riesce a ritagliare un pezzo di vita vera. Da notare le scene con le battute di Rebecca, ma in particolare le mie preferite sono la scena del Bowling e quella del supermercato. Infine da applausi tutto il cast, la Wiest su tutti e Eckhart che riesce da essere un buon supporto e si dimostra capace in più scene. Rabbit hole può essere paragonato ad un piccolo dipinto ad olio, su una piccola tela, come i dipinti impressionisti, di sicuro non ha la maestosità di un’immensa tela di un dipinto fastoso del periodo barocco, ma nelle sue dimensioni riesce ad emozionare, forse di più.

Story Review: Biutiful (2010)

Molti dicono di uscire sconvolti dopo la visione di questo film, beh… sono quelli che hanno bisogno proprio della lezione che dà il film, dell’intenso messaggio che trasmette.

Biutiful è un capolavoro in tutti i sensi. Cominciando da un’impareggiabile Javier Bardem e altrettanto per la regia di Alejandro Gonzalez Inarritu: una regia naturale e cruda per quello che vuole dimostrare e mettere in scena,quindi, per questo eccezionale. Il regista dedica il film a suo padre, infatti ha caratteri auto-biografici. Dopo la regia, un montaggio eccellente; una fotografia straordinaria. Una colonna sonora da Oscar (come il film), che è parte di quella realtà; è parte dei personaggi di quel mondo: è mentale; è una musica che riesce a rispecchiare la vera essenza di uno stato d’animo.
È un film non film: intendo dire che è così affascinantemente realistico che il livello enuncazionale è alle stelle e di conseguenza, non solo ti senti dentro quella realtà, ma inoltre quella realtà è riprodotta miticolosamente in fedeltà: è Verga nel grande schermo nel 2011.

La pellicola è strutturata sulla verità di una realtà di una parte di Spagna emarginata. Pieno di figure simbolo che si aggrappano alla sopravvivenza da cui derivano e da cui scappano e in cui vivono (anche se suona contorto). Pieno di specchi che dove tutti sono il riflesso di tutti come per dire che tutti siamo uguali di fronte alla miseria; dove ognuno ha i suoi problemi ma che -per via di miliardi di sfumature- si somigliano tra loro.

Come nota personale vi dico che mentre leggevo i titoli di coda pensavo al fatto che il film è basato su un soggetto di partenza di Alejandro Gonzalez Inarritu e così nasce un prodotto finito di alta qualità: la mia sensibilità è stata tramortita dalla grande interpretazione data alla sceneggiatura.