Review: Detachment (2011)

Una scuola allo sbando. Alunni difficili e dalla precaria educazione. Chi più forte chi più debole. Abbandonati a se stessi. Insegnanti disperati, strizzati al massimo della loro pazienza. Uno in particolare, il protagonista formidabile Adrien Brody, si impegna con più passione e comprensione come educatore. Un uomo gentile ma non debole. Consapevole di se stesso e soprattutto del dolore che una tipologia di ragazzi come i suoi alunni provano.


Detachment è un film che mostra il valore degli insegnanti e il valore del loro sforzo: l’impegno come educatore. Allo stesso tempo ti chiedi quale professore nella tua adolescenza abbia avuto davvero valore. E così anche il valore della vita e dell’educazione degli alunni che in primis sono esseri umani alla pari di qualsiasi educatore. Molti con difficoltà comportamentali. Deboli e arrabbiati. Soli con una famiglia assente e il mondo pressante che spintona. Aspetti difficili che l’insegnante protagonista capisce pienamente.

Alla fine sono rimasto anch’io solo, mentre la sala si svuotava e i titoli di coda scorrevano… “Non mi sono mai sentito così distaccato da me e così presente nel mondo nello stesso momento”.
Una pellicola tecnicamente ottima, come anche l’interpretazione degli attori. Ottima ambientazione e buona la regia.
Vedetelo!

 
voto: 10

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Arrivano i sequel di Avatar

Questo è quanto afferma James Cameron in una intervista: “Sono nel periodo Avatar. Farò Avatar 2, Avatar 3 e forse Avatar 4 e non ho intenzione di produrre altri film”. Infatti il primo dei nuovi lavori è atteso per il dicembre 2014. Intanto una delle protagoniste di Avatar, Sigourney Weaver, rivela che i due sequel saranno girati insieme. Quando lei finirà con gli impegni teatrali, sarà a completa disposizione di Avatar.

Nel frattempo James Cameron insieme al suo team scrive i sequel, sviluppa softwer per gli effetti speciali e completa le scenografie. Cosa aspettarsi da questi nuovi capitoli di Avatar, o meglio, da James Cameron? Quello che mi preoccupa di più è il fatto che il troppo concentrarsi sugli effetti speciali trascuri la sceneggiatura.

Review: La Guerra è Dichiarata (2011)

Una Parigi romantica ed eccentrica come viene rappresentata dai protagonisti: due giovani innamorati, un colpo di fulmine al chiuso di una discoteca. Sentimenti forti e sinceri li spingono a vivere assieme e alla fine a fare anche un figlio: così la guerra è dichiarata, la guerra tra la vita e la morte. Al secondo anno d’età il bimbo si ammala e da quel momento sarà una dura convivenza con questo male che attanaglia anche le vite dei parenti, ma soprattutto dei genitori. Genitori che non demordono, spinti ancora da quell’originario forte sentimento d’amore. Chi vincerà la guerra?


Il film al Festival di Cannes 2011 ha riscosso un buon successo. Ottima sceneggiatura, buona fotografia, buona interpretazione ed una regia discreta. Una pellicola ben montata, dettaglio che ne caratterizza la forma in quanto armonico. Solo una cosa mi ha leggermente sconvolto: i protagonisti a un certo punto, cominciano a cantare. Detto così sembra che il film prenda davvero una brutta piega; no: semplicemente mettono palesemente la loro voce in questa parte di colonna sonora.

C’è un termine esatto nella grammatica cinematografica; forse i protagonisti cantavano come se ci fosse una radio che suonava la stessa canzone, ma mi sa che questo non era previsto. Ad ogni modo mi è venuta una gran voglia di alzarmi e andarmente, ma ho resistito.
È stata solo una piccola pecca, per il resto il film è più che buono: vitale, emozionante e passionanale; e la storia fluisce bene.

voto: 8

The Most Beautiful Scenes: The Dreamers

(Premessa: ci scusiamo con l’incoveniente tecnico dell’anteprima video)

All’estremo dell’intimità, ai confini del pudore, ma anche nel vortice della manipolazione, questa scena trascende una normale e classica scena di sesso.

http://www.dailymotion.com/embed/video/xuru9
Eva Green-The-Dreamers-

The Dreamers è uno dei migliori film dell’ultimo decennio. La scena che ho scelto penso sia una delle più belle del film, ma sicuramente merita un posto in quetsa rubrica come miglior scena. A mio riguardo è l’emblema di questa pellicola.

Review: 7 giorni all’Havana (2012)

Siamo in Havana tra caldo e sentimenti ardenti. Sole, mare, bella gente, sesso, passione e religione. Il film è diviso in sette storie, tre delle quali collegate tra loro da un elemento in comune.

Tutte e sette le storie sono dirette da registi diversi, da Benicio Del Toro ad Elia Suleiman che è anche protagonista della sua storia. C’è anche da aggiungere che il suo corto è tra i migliori del film dove, attraverso un orginale modo di raccontare su pellicola e un’eccezionale fotografia, spicca perfettamente il suo talento facendosi così riconoscere. Benicio Del Toro nel suo corto sembra sia diventato un regista americano: è riuscito ad adattarsi al personaggio della sua storia -un giovane attore americano- riuscendo al meglio nel suo intento.


Il film è uno, inutile fare la critica per ognuno di essi: il lavoro degli altri registi non è da meno (come non lo è il lavoro di squadra di tutti e sette), ma non tutti della stessa portata dei registi sopracitati. Scottante e passionale, questo film vale la pena vederlo. Non annoia e le storie sono fluide e tutte diverse: nessuna monotonia, ma solo voglia di essere uno dei protagonisti.

voto: 8

The Most Beautiful Scenes: Io sono un autarchico

In The Most Beautiful Scenes questa settimana di nuovo Nanni Moretti in Io Sono Un Autarchico del 1976. Ci ritroviamo in una piccola cucina nella casa del protagonista Michele interpretato da Moretti. Un piccolo tavolo traballante e delle bottiglie vuote davanti a Michele, e dietro una tenda a fiori blu. Tutto è in coerenza con lui.

La sua vita ‘traballa’ per via di divergenze sentimentali e così anche la sua personalità, o meglio, la sua persona. Probabilmente si sente vuoto e perso, e in alcuni casi cerca disperatamente compagnia. Infatti eccolo in questa scena col suo amico Fabio trattenuto dai suoi vaghi discorsi. Altro aspetto interessante. Dalla critica ai critici per i loro consigli cinematografici alla politica e il cinema italiano impegnato: in questo punto si può notare come attraverso il montaggio spicca una sorta di provocazione (forse) quando Michele dice, “ma ritorniamo al cinema italiano impegnato” e la voce fuori campo dell’amico Fabio dice: “sei invidioso, dai”. Provocazione, critica, autocritica, semplice battuta?

Trailer Spy: The Road

Quando l’uomo scopre la sua vera natura. La civilità finisce e si lotta per la sopravvivenza come veri animali. Un prodotto cinematografico eccellente. Un’ ottima alternativa alla solita solfa del cinema di alta tensione. Non è un film d’azione. Ne consiglio la visione.

The Most Beautiful Scenes: Palombella Rossa

Sicuramente una delle scene cult della carriera di Nanni Moretti. Nonostante il film sia ormai datato la clip che ne ho estrapolato resta attuale e lo resterà sempre, ma del resto un po’ come tutto l’argomento del film stesso.

Alcuni, credendo di essere intellettuali e alternativi, usano parole con cui costruiscono un linguaggio, abbastanza ridicole. Ma non è solo il fatto di quali parole si usano, ma come le si usano. Se mi dilungo rischio di fare un Post dal fine antrpologico. Comunque sia, Palombella Rossa è una pellicola da vedere e da non dimenticare.

Review: Marilyn (2011)

Nello scrivere il titolo di questa recensione avrei preferito mantenere il titolo originale del film in questione, tratto dal romanzo/diario dal titolo omonimo, ‘My Week with Marilyn’, non solo perché ricorda il titolo del nostro blog, ma perché rappresenta uno degli spunti più originali del film, infatti Simon Curtis, il regista, ci porta proprio dietro le quinte delle riprese del celebre film “Il principe e la ballerina”, quella settimana che proprio lei trascorse in Gran Bretagna, dove incontrò il ragazzo che scrisse il romanzo La mia settimana con Marilyn, edito anche in Italia, e la narrazione del film, forse purtroppo scelta poco ispirata nell’adattamento, viene affidata al protagonista Colin Clark, terzo assistente del regista e interprete nella storia, Laurence Olivier, interpretato da uno straordinario Kenneth Branagh.

Ma adesso veniamo a lei, Marilyn, ovvero Michelle Williams. E’ forse inutile dirlo, ma dopo aver visto come il sottoscritto, quasi tutti i film di Marilyn Monroe, fa sempre un cattivo effetto vederla interpretata sullo schermo da un’altra attrice, e nella Storia di versioni di Marilyn ne abbiamo viste tante e tutte sulla soglia dello mediocrità. Anche in questo caso storcere il naso è quasi automatico fin dai primi istanti del film, e la regia di Simon Curtis di certo non aiuta l’interpretazione della Williams, lei però riesce comunque nell’intento con estrema audacia, per non nominare il coraggio, cattura pian piano e convince quasi subito. Su Marilyn potremmo scrivere e scrivere parole su parole, sul suo personaggio, sul suo essere una “non” attrice, sullo straordinario essere quale era; questi punti in My Week with Marilyn vengono abilmente toccati, l’adattamento della sceneggiatura riesce abilmente su questo piano e sorregge in pieno le interpretazioni del cast.
Un’interpretazione comunque imperfetta quella di Michelle Williams, e sta proprio in questo la sua efficacia, lei di Marilyn non ne fa uno stereotipo, e se pur non completamente, riesce a catturare lo sguardo, e la fragilità, comunque costante in ogni attore, dell’icona che tutti amiamo. Nominata all’Oscar per la sua interpretazione, ma surclassata dal colosso Streep nei panni di Margaret Thatcher, viene rovinata da una regia stentata, Curtis che prima di questo film aveva solo lavorato in serie televisive e film tv, decide l’insuccesso del film in tutto il mondo a livello di incassi e critica, dove si salvano solo gli attori, un cast straordinario, in primis da una Marilyn rappresentata con estremo rispetto da Michelle, uno splendido Kenneth Branagh, anche lui nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista, lo scorso anno, e piccoli ruoli come quello di Judi Dench e della stella di Harry Potter, Emma Watson. Simon Curtis non è per niente connesso alla diva Monroe, non fa altro che riprendere scelte poco ispirate. Se non fosse stato per Michelle Williams, alla sua prima grande interpretazione, a mio avviso la più convincente finora nella sua breve carriera, il film sarebbe passato inosservato, ancor più di quanto lo sia già.

voto: 8 

Story Review: I figli degli uomini (2006)

Siamo in Inghilterra, nel 2027 in un mondo che solo per un attimo possiamo intravedere nella sigla di un telegiornale che ci mostra guerra, morte e violenza. L’Inghilterra non è cambiata molto, gli edifici sono gli stessi, molto simili le vetture e i classici bus rossi a 2 piani continuano a circolare con una patina di sporco sulle carrozzerie, il paese di diverso ha lo sporco, il grigio, una regione invecchiata, maltrattata, morta. Un’Inghilterra di delinquenza, povertà, repressioni e violenza, immigrati cacciati come terroristi e trattati in modo inumano, chiusi in gabbie e torturati, [immagini che mi ricordano i comportamenti di alcuni soldati americani in Iraq oggi]. Boschi rigogliosi ma bestiame morto e bruciato nei campi ai lati delle strade, come se non bastasse, per cause sconosciute l’infertilità affligge le donne, l’uomo più giovane aveva 18 anni, ed è stato ucciso.
Durante il film possiamo dare una sbirciata anche nelle case dei ricchi, in questo caso è un piacere riconoscere la vecchia centrale elettrica londinese, la ‘’Battersea Power Station’’ rimessa a nuovo ma subito riconoscibile dalle alte ciminiere con tanto di maiale che vola fra esse, chiarissimo riferimento alla copertina ‘’animals’’ dei Pink Floyd, il proprietario ha il David di Michelangelo all’ingresso e il Guernica di Picasso in sala da pranzo, purtroppo (ci dice), non è riuscito a salvare la pietà (sottile riferimento?).
Nel frattempo una giovane immigrata di colore è incinta e non vuole lasciare il bambino in questo paese, che se lo scoprisse glielo toglierebbe, c’è una rete clandestina che la protegge(?) e che apparentemente mira a portarla via dall’Inghilterra verso un posto migliore, dove non c’è guerra e i bambini possono crescere tranquilli, il luogo si chiama progetto umano.
Un film che ricostruisce un futuro che sentiamo vicino e che in fondo non è molto diverso da quello verso cui sembriamo incamminarci, abbastanza credibile per averne timore. Tutto il film è una fuga da qualche conflitto, molte sono le immagini sovrapponibili alle normali scene di guerra che possiamo vedere nei telegiornali ai giorni nostri, la speranza è morta, è una corsa contro il tempo e contro la morte. 114 minuti in cui dobbiamo seriamente riflettere sulle sorti del nostro pianeta e su quello che potrebbe aspettarci. Alla fine del film una domanda mi viene in mente, è la fuga la risposta? Forse si in quel caso, ma noi siamo ancora in tempo per evitare di esser costretti a fuggire.
Tanta gioia sentire le risate dei bimbi durante i titoli di coda, forse ancora non tutto è perduto.