Story Review: Animal Kingdom (2010)

C’è una costante, un elemento stilistico, che si può riscontrare in molte arti quali la Musica, la Pittura ed il Cinema: il contrasto. In Animal Kingdom, il regista David Michôd, riesce ad esprimere con grande cura e delicatezza, la torbida storia della famiglia Cody, evidenziando con maestria i contrasti da situazioni estremamente drammatiche e la vuotezza dello stato d’animo di colui che le vive, il tutto viene espresso da una splendida colonna sonora ed un abile gioco di regia.

Le vicende del film sono collegate ad un fatto realmente accaduto. Joshua va a vivere dalla nonna, alla morte di sua madre, insieme ai suoi tre zii. Tra la famiglia Cody e la polizia và avanti una disputa ormai da tempo, Nathan Leckie cerca di incastrare i tre ormai da tempo, e loro cercano di sfuggire dalle accuse sulle loro numerose malefatte, dallo spaccio di droga alle conseguenti rapine. Da qui il riferimento al regno animale, la famiglia Cody, così come la famiglia di leoni ritratta nell’immagine con cui si apre il film, è un branco che lotta per la sua sopravvivenza e la supremazia, e Janine, la nonna, interpretata da una straordinaria Jackie Weaver, matriarca e vero capobranco agisce al disopra del figlio, capofamiglia, Andrew, anche lui interpretato da un fantastico Ben Mendelsohn.

David Michôd firma anche la sceneggiatura del film, fluida ed estremamente realista, non vuole romanzare una storia del genere, il suo unico obiettivo è inquadrare l’animo di ogni personaggio nella sua istintività. Su tutto il cast Jackie Weaver risalta, rende alla perfezione il personaggio, si trasforma in un inquietante figura, perfetta in ogni sua espressione e movimento, non per nulla nominata all’Oscar proprio in quell’anno. La regia riesce a dirigere a pieno ogni attore ed a  catturare i silenzi e i contrasti, in scene come una delle tante retate della polizia, una colonna sonora delicata e pulita, i volti catturati in vicinanza per cogliere ogni emozione dell’attore, l’atmosfera torbida, cupa e a volte anche claustrofobica della vita dei Cody.

Animal Kingdom è un film semplice ma efficace, pieno di stile, dal cast assolutamente azzeccato. Il paragone tra David Michôd e Scorsese fatto da molti critici, calza a pennello, il regista in questione però ha di più un realismo senza fronzoli, forse più sincero, ed uno stile sicuramente più dark. L’ovvio messaggio della sceneggiatura, e del titolo del film quindi, è semplicemente l’interrogativo tra la società umana e quella animale, non siamo tanto diversi poi, o forse peggiori.

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Review: Il primo uomo (2011)

Il film, basato sul presente e il passat del protagonista, è strutturato tra un’Algeria colonizzata e un’Algeria stressata dalla guerra civile. Il protagonista della storia è uno scrittore divenuto famoso in Francia che ritorna nel suo paese d’origine -per l’appunto l’Algeria- per conferire con degli studenti universitari riguardo la situazione politica negativa in cui si trova il paese. Dal carattere introspettivo grazie ad una fotografia ben studiata che si sposa per bene al buon montaggio della pellicola, il regista riesce ad ottenere un buon risultato nel mixare il passato col presente del protagonista. Ma non solo, riesce anche ad tirar fuori un’ottima interpretazione dai personaggi, soprattutto da quello che ricopre la figura dello scrittore da bambino.

Un film che non stanca e non si rifà troppo agli stereotipi del terrorismo: la narrazione della storia è fluida e non viene troppo intaccata  dai fatti politici che vi sono impliciti. Si riesce ad imparare qualcosa riguardo la colonizzazione francese in Algeria e della sua storia in generale, come l’alto grado di povertà.  Ma la cosa ancora più interessante è che tutta la vicenda riesce a venir fuori anche da un punto di vista interiore. C’è una ricerca, come dicevo prima, introspettiva che caratterizza sia i personaggi che il film e colonna portante di esso: rendendo il tutto un ottimo prodotto cinematografico.

voto: 9

The Most Beautiful Scenes: Le quattro giornate di Napoli (1962)

In memoria di quel lontano 25 Aprile, quando i nostri nonni e bisnonni, zii e prozì, lottarono formando la Resistenza contro le forze nemiche tedesche. La scena che ho selezionato è fondamentale in quanto parte l’iniziativa della resistenza (almeno per Napoli). Una recitazione più teatrale che cinematografica, ma non per questo discreta.

Una ventina di napoletani messi faccia a muro dai tedeschi, impauriti ma non troppo perchè è percepibile l’intenzione di prendere l’iniziativa controffensiva dall’esito incerto, ma la rabbia è ormai troppa. Molti sicuramente avranno visto questo film, ma ce ne sono tanti altri che rappresentano la Resitenza, come I sette fratelli cervi. Ad ogni modo, per chi non lo avesse visto invito a vederlo; può anche essere utile per lo studio.

Review: To Rome With Love (2012)

Tre storie sconnesse tra loro. I personaggi non interagiscono in nessun scontato incontro e controversie amorose, però hanno in comune la lora natura. All’inizio ero un pò titubante sull’ambientazione romana del film, come se Roma non fosse adatta per una pellicola di Allen, ma guardando il film mi sono accorto che il mr. Woody è riuscito benead adattare sceneggiatura e location, armonizzando il complesso della storia. Ad ogni modo, per quanto tutti possano snobbare questo ultimo film di Woody Allen io, che prima di Midnight in Paris mi ero stufato della solita solfa di intrighi amorosi, penso che ci sia una critica ed una ricerca di fondo interessante.

La critica sta nel fatto che l’informazione telematica ma anche cartacea, spesso è scialba e futile; infatti come dice lo stesso Allen in una intervista, “viviamo in un’epoca fondata sulla distrazione”. Da cui sicuramente scaturisce anche una sorta di manipolazione. L’altro aspetto interessante è la ricerca: una ricerca che forse è più una osservazione, (fondata comunque sempre su delle fondamenta molto critiche e sarcastiche), che si basa sulla natura umana: debolezze, sentimenti, sensazioni. Ecco a cosa mi riferivo quando ho detto che le storie hanno in comune la natura dei personaggi.

Tecnicamente il film rispecchia il solito Woody Allen, dai tempi di Manhattan, anche se trovo insopportabile il taglio fotografico al limite delle teste; mentre amo i movimenti di macchina calmi e confortevoli, come ad aumentare al meglio il livello enunciazionale del film. Alla fine, per tutti gli snobabtori e pseudo intellettuali, mr. allen ammette per voi ipercritici che tutti i suoi film sono inutili. Chissà se siete capaci di afferrare anche questa?

voto: 8

Festival di Cannes 2012: Il programma ufficiale!

Concorso: 
Moonrise Kingdom – Wes Anderson (film d’apertura)
 
De Rouille et d’os – Jacques Audiard
Holy Motors – Leos Carax
Cosmopolis – David Cronenberg
The Paperboy – Lee Daniels
Killing Them Softly – Andrew Dominik
Reality – Matteo Garrone
Amour – Michael Haneke
Lawless – John Hillcoat
In Another Country – Sangsoo Hong
Taste of Money – Sangsoo Im
Like Someone In Love – Abbas Kiarostami
The Angels’ Share – Ken Loach
Beyond the Hills – Cristian Mungiu
Baad El Mawkeaa (Apres la bataille) – Yousry Nasrallah
Mud – Jeff Nichols
Vous N’avez encore rien vu – Alain Resnais
Post Tenebras Lux – Carlos Reygadas
On the Road – Walter Salles
Paradies: Liebe – Ulrich Seidl
Jagten (The Hunt) – Thomas Vinterberg

Fuori concorso: 

Io e te – Bernardo Bertolucci
Une Journee particuliere – Gilles Jacob e Samuel Faure
Therese Desqueiroux – Claude Miller (film di chiusura)
 
Dario Argento’s Dracula – Dario Argento (Séance De Minuit) 

Ai To Makoto – Takashi Miike (Séance De Minuit) 

Madagascar 3, Europe’s Most Wanted – Eric Darnell E Tom Mcgrath
Hemingway & Gellhorn – Philip Kaufman 

Special Screenings: 
Der Müll Im Garten Eden – Faith Akin
Roman Polanski: A Film Memoir – Laurent Bouzereau
The Central Park Five – Ken Burns, Sarah Burns And David Mcmahon
Les Invisibles – Sébastien Lifshitz
Journal De France – Claudine Nougaret E Raymond Depardon
A musica segundo Tom Jobim – Nelson Pereira Dos Santos
Villegas – Gonzalo Tobal
Mekong Hotel – Apichatpong Weerasethakul 

Un Certain Regard: 
Miss Lovely – Ashim Ahluwalia
La Playa – Juan Andrés Arango
Les Chevaux de Dieu – Nabil Ayouch
Trois Mondes – Catherine Corsini
Antiviral – Brandon Cronenberg
7 Dias en La Habana – B. Del Toro, P. Trapero, J. Medem, E. Suleiman, J. C. Tabio, G. Noe And L. Cantet
Le Grand soir – Benoit Delepine And Gustave Kervern
Laurence Anyways – Xavier Dolan
Despues De Lucia – Michel Franco
Aimer A perdre la raison – Joachim Lafosse
Mystery – Lou Ye
Student – Darezhan Omirbayev
La Pirogue – Moussa Toure
Elefante Blanco – Pablo Trapero
Confession of a Child of the Century
 – Sylvie Verheyde
11.25 The Day He Chose His Own Fate
 – Koji Wakamatsu
Beasts of the Southern Wild – Benh Zeitlin

Tra nomi già previsti e altri invece assolutamente sorprendenti, il prossimo Festival di Cannes, che si svolgerà tra il prossimo 16 Maggio e il 27 Maggio, si prospetta come uno dei più interessanti degli ultimi anni! Non possiamo che aspettare con trepidazione l’apertura del festival francese, che avverrà con il promettente Moonrise Kingdom di Wes Anderson!

The Most Beautiful Scenes: Matrix (1999)


Se nel film Matri  Morfeus “offre solo  la verità”, a parte Neo, Noi siamo in grado di accettarla? MI riferisco al fatto che Matrix è l’esempio di come il popolo, o per meglio dire, la massa è manipolata: non del tutto da macchine, ma da persone abbastanza simili ad esse, che non hanno sfumature.

Ma il motivo principale per cui ho scelto questa scena come una delle più belle, a parte la tecnica, è il fatto che rispecchia al meglio l’ecpoa in cui viviamo. L’epoca della quotidiana tecnologia, tra smartphone e socialnetwork, noi tutti viviamo in una sorta di matrix, dove è facile fare futili critiche o ‘creare una fattoria’: il naturalismo è duro da accettare.

Nasceva oggi… Charlie Chaplin

Oggi è il compleanno di Charlie Chaplin, che avrebbe compiuto 123 anni. Cinefili o meno, sono quasi sicuro che tutti lo conoscono. Attore, regista e sceneggiatore di fama mondiale, fondamenta dell’industria hollywudiana dei primi del ‘900.

Lo si può ricordare per film come Tempi moderni o Il garnde dittatore, ma soprattutto per quel suo personaggio su cui basò gran parte delle sue storie, e che non stancò mai: Charlot, o Tramp in inglese.

Review: Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012)

Dopo la proiezione del film, gli spettatori escono sconvolti e alcuni increduli. Per quelli che ricordano bene l’evento è un tragico ripasso; per quelli più giovani è come rivivere la tragedia con gli occhi delle vittime. Attraverso Diaz traspare quella che è stata una vergognosa, cruda e violenta realtà, e proprio per questo pregio ne scaturisce un buon prodotto cinematografico (uno dei pochi italiani).

Ottima interpretazione da parte degli attori, soprattutto da quelli che rappresentavano le vittime. Un bravo e serio Daniele Vicari, di cui approvo in pieno la scelta tecnica e stilistica di rendere la pellicola “rumorosa”, come per adattarla meglio ad un linguaggio amatoriale: eccellente e caratterizzante. Ben montato, costruendo perfettamente la storia che fluisce in maniera discreta. Film ben fatto in una Italia tutt’ora mal messa.

Un film che non sono sicuro dovrebbero vedere tutti, perchè c’è chi potrebbe interpretarlo negativamente: mi riferisco ai violenti, quindi a tutti quelli che ragionano in bianco e nero. Ma in ogni caso penso che dovebbe essere vietato ai minori di 14 anni. Ritornando alla storia, purtroppo la violenza genera violenza e chi ha un minimo di potere ne abusa; ma ancor peggio sono gli individui che hanno il vero potere per far si che la “violenza generi violenza”, e si sa “come è misera la vita negli abusi di potere”: in ogni caso lo è a prescindere quando si riccorre alla violenza. Violenza equivale a debolezza, una debolezza morale e squallida. A che serve la violenza?

voto: 9

Story Review: I ragazzi stanno bene (2010)


Con I ragazzi stanno bene, Lisa Cholodenko, autrice della sceneggiatura insieme a Stuart Blumberg e allo stesso tempo regista del film, tesse con abilità l’elegante trama che percorre le vite di due donne, Julies e Nic, e dei loro due figli, Joni e Laser, avuti tramite inseminazione artificiale, da parte del donatore, Paul, che incontreranno per la prima volta, sia le due madri che i loro figli, dopo vent’anni, e questo avvenimento sarà una turbolente scossa per la loro vita.

Uno splendido cast, primeggiante su tutti Annette Bening nominata all’Oscar per questa interpretazione, riesce a esprimere con grande coralità i numerosi concetti estesi dagli sceneggiatori, che realizzano una commedia dal carattere estremamente profondo, che come nei migliori casi, riesce ad alternare momenti riflessivi a momenti più frivoli. Non viene mai seguito il concetto di inculcare la normalità di una famiglia come quella di Julies e Nic, ma Cholodenko invita a vedere oltre e recepire il concetto di dualità e di amore, l’amore che è uguale in ogni sua forma. Le protagonista affrontano normali problemi psicologici, di convivenza, di qualsiasi altra coppia dell’epoca contemporanea, ma ci regalano delle grandi massime, e le straordinarie Julianne Moore e Annette Bening, due magnetiche interpretazioni, per due personaggi sopra le righe considerati nella loro individualità!

Una regia dal gusto estremamente indie, quello che è poi il suddetto film, riesce comunque ad essere delicata ma vivace nei momenti esatti. Di contorno un forse poco convincente Mark Ruffalo, per quanto possa essere semplice il suo personaggio, nominato misteriosamente all’Oscar. Ma nulla da discutere sulle altre nomination, fantastica sceneggiatura, anch’essa nominata al premio; che andrebbe pubblicata e riletta come un buon romanzo moderno, impossibile non pendere dalle labbra di Julies e non seguire con divertimento i dialoghi di Nic. Riescono nel loro lavoro, anche gli esordienti, se pure ultimamente super richiesti, Mia Wasikowska (Joni) e Josh Hutcherson (Laser), senza niente di più, forse Mia più convincente dell’altro, ma sicuramente entrati nel ruolo rendono giustizia ai personaggi.

Il film termina con uno splendido finale, una ricostruzione di un rapporto deteriorato, quello di Julies e Nic,  che con l’arrivo nella loro vita, di Paul, ha sfiorato la rottura; una nuova vita per Joni, e dei nuovi propositi per Laser. Una commedia che riesce ad emozionare, e soprattutto non segue gli stampi mainstream delle odierne commedie di massa. I ragazzi stanno bene è un film sull’amore; materno, coniugale, fraterno; sui passi falsi che a volte si prendono in tale percorso, sulla lotta, a volte, per la felicità; ed è il filo conduttore in fin dei conti di questa straordinaria sceneggiatura, la ricerca della felicità, ciò che inseguono i cinque protagonisti del film, e non è che sia qualcosa di mai visto in un film, anzi, la differenza sta nei personaggi che stavolta la inseguono e nel modo in cui viene espressa questa esigenza; e I ragazzi stanno bene lo fa in un modo che non avete ancora visto, e che non potete perdere.

Review: Pollo alle prugne (2011)

Nel teatro dell’esistenza percorriamo la vita di un uomo sensibile attraverso una serie di accadimenti che caratterizzano la storia. Per l’esattezza l’uomo in questione è un musicista in preda ad una crisi artistico-esistenziale: non fraintendete le mie parole che possono far sembrare il film un mattone improponibile… No! Il film in tutto e per tutto è tecnicamente esatto.

Con una eccellente regia, il film è strutturato attraverso una scrittura ben articolata che valorizza i contenuti dell’intera trama. La trama di una storia i cui contenuti sono sostanziosi, basta saperli osservare: il potere decisionale genitoriale che condiziona i sentimenti del proprio figlio marchiandone la vita per sempre (e proprio su questo -alla fine- si basa tutto il racconto); il rapporto della vita con l’uomo e con la morte e la relazione tra esse.

Ma la sostanza di questi contenuti acquista valore anche grazie ad una meravigliosa tecnica di realizzazione: ottima scenografia in cui si muove bene anche la motion graphics nutrono ancor meglio l’intera storia.Non manca un’eccellente fotografia che parla da sè in un fiabesco ed introspettico gioco di luci che permettono allo spettatore di incanalrsi nello stato mentale del protagonista, con conseguente e naturale aumento del livello enunciazionale. Trasfigurazione della sceneggiatura ben riuscita. Di solito non mi sbilancio molto nei giudizi troppo positivi, ma questo film sbilancia -per fortuna- la cinematografia attuale.

voto: 10

Story Review: 127 ore (2010)

Con estrema cura e destrezza Danny Boyle nel 2010 porta sullo schermo un ritratto biografico dedicato ad un uomo realmente esistito, Aron Ralston, che nel 2003 rimane intrappolato nelle montagne dello Utah. Il regista di Trainspotting e The Millionaire, ci regala l’ennesima perla.

Con grande dinamismo riesce a catturare la continua corsa quale è la vita di Aron, interpretato da un talentuoso James Franco, nominato all’Oscar per la sua interpretazione, insieme alle altre 6 nomination che il film ha ricevuto, fra cui quella come miglior film. Se da un certo punto di vista viene illustrata la vita di questo “avventuriero”, da un altro punto Boyle scruta il confine della solitudine, della ricerca di sé stessi, nella continua insoddisfazione, ma quando ci si ritrova a dover lottare per la propria vita ogni cosa in passato non apprezzata, ogni superficiale capriccio ed ogni momento non apprezzato, viene considerato estremamente futile rispetto a tutto ciò; il rimpianto poi è tutto ciò che resta ad Aron.

L’alternanza di una fotografia a volte sterile, a volte sgargiante e colorata, e spesso sfuggente come l’animo di Ralston, aiuta il coinvolgimento nella sua vicenda; straordinario il modo in cui viene espressa la fantasia del protagonista, mettendo una pausa ai momenti di vera tensione, con l’irresistibile comicità, a volte cinica, che contraddistingue il Cinema di Boyle; ed è con cinismo e riflessione che Franco e Boyle ci raccontano questo personaggio, che in qualche modo rappresenta tutti noi; lui pensa come penserebbe una persona qualsiasi e agisce allo stesso modo. Ma dove sta la novità il un film “survivor” del genere? La differenza cade nella grande raffinatezza e nella toccante riflessione del dramma di Ralston. Con 127 ore non vedete la storia di un uomo con un braccio bloccato sotto una roccia, ma un esame di un uomo, sull’individualità, sulla voglia di vivere e di amare, e quindi sul cuore di uomo; e quest’ultimo elemento è sempre presente nel Cinema, che senza di esso non sarebbe più così significativo.